“Il Gabbiano” di Massimo Ranieri

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Non è facile raccontare “Il Gabbiano” di Anton Cechov, andato in scena al Teatro Rossini il 15 marzo 2019, perché le emozioni sono troppo dense di contenuti intellettuali e mi ci vuole tempo per districarle. La scelta del regista Giancarlo Sepe si muove tra simbolismo cecoviano e tradizione dei chansonnier francesi dove Massimo Ranieri manifesta la sua arte istrionica in modo sublime.

Una sorta di spirito narratore è sempre presente sul palcoscenico e canta in francese la sua mancanza di vita, dialoga con tutti gli interpreti del vero “Gabbiano” per evitare che si compia il tragico destino del suo personaggio, il giovane drammaturgo Treplev, infelice figlio dell’attrice Arkadina, che si è suicidato all’ennesimo rifiuto d’amore di Nina. Lo spirito narratore è lo specchio anziano e illusorio di Treplev in cui si espandono le emozioni dell’uomo Massimo Ranieri (solido nella sua esperienza di vita e quindi nella sua saggezza di attore teatrale e cantante) tra personaggi evanescenti che recitano la vera piece.

Tra gli attori, tutti bravissimi, spicca una intensa Caterina Vertova nel ruolo di Arkadina, che sotto certi aspetti mi ricorda la Gloria Swanson di “Via del Tramonto” e Valentina Cortese ne “Il giardino dei ciliegi”.

Molto azzeccata la scelta scenografica del prolungamento del pianoforte come palcoscenico dove si svolgono tutti gli atti dell’opera.

Barbara Colapietro